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Riconoscimento facciale: dove si ferma davvero

CGuardPro

Prima o poi arriva la domanda del committente: «con le telecamere che abbiamo, non si può mettere il riconoscimento facciale?». La risposta onesta è che il riconoscimento facciale applicato alla videosorveglianza funziona molto meglio nelle dimostrazioni commerciali che su un posto di servizio reale, e che il vero ostacolo non è quasi mai la tecnologia: è la disciplina d’uso dei dati che genera. Chi guida un istituto di vigilanza ha bisogno di sapere dove quella tecnologia si ferma, prima di firmare un capitolato che la dà per scontata.

Questo articolo non dice che sia una tecnologia inutile. Dice dove si rompe, quanto costa mantenerla in piedi, e quali problemi operativi si possono risolvere con strumenti molto meno invasivi e molto più affidabili. Chi cerca la soluzione a un problema di accessi o di identificazione trova qui, prima di tutto, l’elenco onesto delle condizioni in cui quella soluzione regge.

Che cosa fa davvero il riconoscimento facciale nella videosorveglianza

Conviene separare tre cose che nel linguaggio commerciale vengono mescolate.

Rilevare un volto significa solo accorgersi che nell’inquadratura c’è una faccia. È la parte facile, e da sola non identifica nessuno.

Confrontare due volti significa dire se il volto ripreso in questo momento somiglia a un volto di riferimento. Il caso più semplice: la persona si presenta al varco, si confronta con la fotografia del suo badge. C’è un solo confronto e la persona collabora.

Cercare un volto in un elenco significa confrontare chiunque passi con un archivio. È il caso che i committenti immaginano quando parlano di riconoscimento facciale nella videosorveglianza, ed è quello incomparabilmente più fragile, perché ogni passaggio è un’occasione di errore.

La differenza fra il secondo e il terzo caso è enorme, e determina se un impianto funzionerà o diventerà una fonte continua di allarmi da ignorare.

I limiti tecnici che nessuno mette nella brochure

L’angolo di ripresa. Le telecamere di un impianto di sicurezza stanno in alto e riprendono dall’alto. Un volto ripreso dall’alto, di tre quarti, mentre la persona cammina guardando il telefono, è materiale povero. Perché il confronto sia affidabile serve una ripresa quasi frontale, all’altezza del viso, in un punto dove le persone rallentano: un tornello, una porta stretta, un bancone.

La luce. Controluce di un ingresso vetrato al mattino, illuminazione notturna radente, riflessi sul pavimento bagnato: tutte condizioni normali in cui la qualità dell’immagine crolla.

Le occlusioni. Cappelli, cappucci, mascherine, occhiali da sole, sciarpe. In inverno, all’ingresso di un edificio, sono la norma e non l’eccezione.

Il passare del tempo. Le fotografie di riferimento invecchiano. Un archivio costruito una volta e mai aggiornato peggiora da solo, senza che nessuno se ne accorga.

Il tasso di errore su grandi numeri. Qui sta il punto meno intuitivo. Anche un sistema che sbaglia raramente, applicato a un flusso di persone continuo per tutto il turno, produce comunque una quantità di segnalazioni sbagliate. E le conseguenze dei due tipi di errore non sono simmetriche: un mancato riconoscimento passa inosservato, un riconoscimento sbagliato porta una guardia particolare giurata a fermare la persona sbagliata. Il secondo errore ha un costo umano e reputazionale che il primo non ha.

C’è poi un tema di equità documentato e discusso apertamente nella letteratura del settore: l’affidabilità di questi sistemi non è la stessa per tutti i gruppi di persone. Ignorarlo significa esporre l’istituto e il committente a contestazioni serie.

Il limite che conta di più: sono dati biometrici

Il volto non è una targa. È un dato che riguarda il corpo di una persona, non è modificabile, e viene trattato dalla disciplina europea sulla protezione dei dati con un livello di attenzione particolare rispetto a una ripresa video ordinaria.

Che cosa significa, in concreto, per un istituto di vigilanza:

  • il committente è titolare del trattamento e l’istituto agisce nel quadro degli accordi presi con lui: la responsabilità non si sposta con l’appalto;
  • l’installazione va valutata prima, non dopo, e la valutazione va messa per iscritto;
  • ci sono luoghi — spazi aperti al pubblico, aree di lavoro — in cui il tema è particolarmente delicato e coinvolge anche la disciplina dei controlli sui lavoratori e il confronto con le rappresentanze sindacali;
  • va deciso in anticipo chi accede alle immagini, per quanto tempo si conservano e che cosa succede quando una persona chiede accesso ai propri dati.

Su tutti questi punti la disciplina cambia nel tempo, viene precisata dai provvedimenti dell’autorità di controllo e può avere risvolti diversi a seconda del luogo e del contesto. Prima di installare qualcosa del genere occorre verificare con l’autorità competente e con un consulente. Quanto scritto qui serve a orientare le domande da porre, non è un parere legale.

Le alternative meno invasive, che spesso risolvono lo stesso problema

Nella maggior parte dei casi il committente non vuole davvero il riconoscimento facciale: vuole sapere chi c’è dentro e che nessuno entri senza essere passato da un controllo. Sono due bisogni che si soddisfano in modi molto meno delicati.

Il badge con fotografia e la verifica umana. La guardia vede la fotografia sullo schermo e il volto davanti a sé. Il confronto lo fa una persona, che risponde di quel giudizio. È il modello più solido e il più difficile da contestare.

La registrazione puntuale degli accessi. Sapere con orario chi è entrato, chi lo ha autorizzato e quando è uscito risolve la quasi totalità delle domande che i committenti pongono dopo un incidente.

Il presidio nel punto giusto. Un varco stretto e presidiato filtra meglio di qualunque sistema automatico applicato a un ingresso largo e affollato.

Pannello di controllo con lo stato dei servizi e degli accessi in corso Sapere chi è dentro e da quanto tempo risolve gran parte delle domande per cui si invoca il riconoscimento automatico.

La localizzazione delle pattuglie in servizio, quando il problema è sapere dove sono i propri uomini e non chi entra. Il controllo GPS del personale in servizio risponde a una domanda diversa e lo fa senza toccare dati biometrici di terzi.

Se si decide comunque di andare avanti

Ci sono situazioni in cui il confronto automatico ha senso: un numero chiuso di persone autorizzate, un varco stretto, un rischio elevato e concreto. In quei casi valgono alcune regole pratiche.

Trattare il risultato come un suggerimento e mai come una decisione: il sistema propone, la guardia particolare giurata guarda e decide. Definire per iscritto, nelle consegne del posto di servizio, che cosa si fa quando il sistema segnala qualcosa: chi si avvisa, che cosa si dice alla persona, che cosa si registra. Misurare gli errori invece di ignorarli: se le segnalazioni sbagliate sono tante, il personale smette di guardarle e l’impianto diventa decorativo. E registrare ogni segnalazione rilevante nel registro di servizio digitale, con orario e descrizione, perché una segnalazione che non lascia traccia non è verificabile.

Elenco dei rapporti di servizio con orario, sito e descrizione Ogni segnalazione automatica dovrebbe finire in un rapporto con ora, luogo e decisione presa.

Va detta anche una cosa scomoda: il riconoscimento facciale non riduce il personale. Sposta il lavoro dal controllo dei documenti alla gestione degli allarmi. Chi lo compra per risparmiare una posizione di servizio, di solito, si ritrova con la stessa posizione e un impianto in più da manutenere.

Domande frequenti

Il riconoscimento facciale è vietato? Non è una questione di sì o no. È un trattamento di dati particolari, soggetto a valutazioni preventive e a vincoli che dipendono dal luogo, dalla finalità e dalle persone coinvolte. Va impostato con l’autorità competente e con un consulente prima dell’installazione, non dopo.

Quante persone riconosce bene un impianto reale? Dipende quasi interamente dalle condizioni di ripresa. Un solo confronto su una persona ferma e collaborativa, in buona luce e quasi di fronte, è un caso favorevole. La ricerca continua in un flusso di persone in movimento è il caso peggiore. Chiedete sempre al fornitore di provarlo sul vostro varco, con la vostra luce.

Serve a fermare i taccheggiatori nel retail? È l’uso più richiesto e il più problematico, perché comporta la costruzione di un archivio di volti di persone non condannate. È esattamente il caso in cui la verifica preventiva con un consulente non è facoltativa.

Che cosa mettere al suo posto in un capitolato? Registrazione puntuale degli accessi con orario, badge con fotografia, un varco presidiato dove le persone rallentano, e rapporti scritti su ogni anomalia. Copre la maggior parte delle esigenze reali, e non lascia in eredità al committente un archivio biometrico da gestire.


Se il tuo committente sta chiedendo il riconoscimento facciale, spesso il problema vero è che non sa chi è entrato e quando: possiamo mostrarti come si risolve con la registrazione degli accessi su un sito come il suo.

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